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ALZARE IL LIVELLO DI GUARDIA SU “RADICALIZZAZIONE” ISLAMICI IN CARCERE

28/08/2017

 

La  presenza negli istituti penitenziari italiani tra i 10 e i 15 mila detenuti islamici e le continue storie di “radicalizzazione” in carcere come gli episodi di cittadini di fede islamica che, durante il periodo di detenzione, hanno manifestato comportamenti tipici della radicalizzazione islamica, come inneggiare agli attentati di matrice islamica e mostrare apertamente odio verso l'Occidente, rende  necessario alzare il livello di guardia. A sostenerlo è il segretario regionale del SPP (Sindacato Polizia Penitenziaria) Aldo Di Giacomo per il quale i recenti gravissimi attentati, tra i quali quello di Barcellona, richiedono che la prevenzione si faccia anche in carcere.

 

Secondo i dati più aggiornati – riferisce il SPP - i detenuti sui quali si concentrano timori di radicalizzazione sarebbero circa 500 suddivisi in tre categorie: "segnalati", "attenzionati" e "monitorati" .

 

Sono oltre cinquanta, fa sapere un comunicato del SPP,  le persone che sono in carcere con l'accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza riservate a loro (Rossano, Sassari e Nuoro).

Per gli altri, che sono ritenuti soggetti a rischio, vengono condotte attività di monitoraggio che puntano a rilevare atteggiamenti di sfida verso le autorità, rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre fedi religiose, segni di gioia di fronte a catastrofi o attentati in Occidente, esposizione di simboli legati al jihad.

 

 

Gli ultimi dati forniti dal Ministro alla Giustizia Andrea Orlando sono sicuramente superati da una situazione in forte evoluzione – spiega Di Giacomo – per il continuo e costante ingresso di cittadini extracomunitari di fede islamica (e non) nei nostri istituti penitenziari. Ma se è assolutamente chiaro chi sono i terroristi, in quanto sono in carcere perché imputati o arrestati per una specifica fattispecie di reato, non è così chiara la costruzione delle altre tre categorie entro cui sono collocati i detenuti ritenuti ‘radicalizzati’. Per questo è indispensabile – sottolinea il segretario SPP - sviluppare in carcere programmi mirati alla formazione di personale che sappia individuare i processi di radicalizzazione "dietro le sbarre" per aiutarli a distinguere la pratica religiosa, o il riferimento a una particolare concezione dell'islam, dai possibili indicatori di radicalizzazione.

Altra nostra richiesta è quella di rafforzare il personale di polizia penitenziaria specie negli istituti dove il numero di detenuti extracomunitari ed islamici è più alto e dove si continuano a verificare episodi di aggressione al personale. 

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