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ELOGIO DEL PRATICANTE AVVOCATO

12/01/2018

 

 

 

Qualificato pubblico per la partecipata presentazione del nuovo libro dell'apprezzato scrittore ed autorevole penalista 

 

Gremita la Sala "Avv. Antonio Metafora", nel Nuovo Palazzo di Giustizia, per la presentazione dell' "Elogio del praticante Avvocato", nell'ambito delle attività culturali promosse dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli.

Una qualificata platea ha partecipato all'atteso evento dedicato al nuovo libro firmato da Salvatore Maria Sergio, fecondo scrittore, tra i più autorevoli penalisti d'Italia, oltre che apprezzato pittore. 

Quello dedicato al praticante avvocato, fa seguito agli altri apprezzati scritti della fortunata collana inaugurata da "Elogio del Filobus", firmati da autori di notorietà nazionale come Giancarlo Dotto, Maria Roccasalva, Mauro Giancaspro, Joan Margall, Vittorio Paliotti, Tinto Brass, Mimmo Carratelli, José Vicente Quirante Rives, Mimmo Liguoro, tutti editi dal napoletano Tullio Pironti.

Nei suoi elogi, Salvatore Maria Sergio tratta fatti, idee, personaggi del nostro tempo. Lo fa con estrema sincerità ed appropriato sarcasmo e sempre con opportuna leggerezza, non scevra da interessanti collegamenti e riferimenti storici, il linea con gli scritti di successo precedenti. Già editi quelli dell'avvocato, della donna avvocato, del "Processo al processo, Giambattista Vico non può vincere", una satira tanto amara quanto pungente della giustizia, che ha riscosso ampi consensi di critica.

In questi suo lavoro, ultimo in ordine di tempo, dedicato appunto al praticante avvocato, emerge che Sergio, pur nutrendo in maniera evidente un assoluto rispetto per la cultura - e proclamandosi con autoironia "afflitto d'una non misurabile ignoranza" - non tollera il detto, peraltro plebeo, come egli stesso evidenzia, secondo cui "è meglio un asino vivo ch un critico morto". 

Quindi, non esita a manifestare uno spiccato disprezzo per quella parte del mondo forense che non ha memora dei fasti di una volta, intesi come radice viva da cui il presente trae linfa e dignità, e non come semplice reliquiario dei ricordi. 

"Si autocelebra, anzi, quale avanguardia della modernità - commenta lo scrittore - e viceversa, perdendo il senso del pudore, altro non riesce ad essere che l'immagine scolorita di quell'avvocatura che a fine secolo era impegnata nell'affermazione di principi etici e di regole giuridiche di valore universale". 

Il grande penalista napoletano, attraverso argute riflessioni sullo stato attuale dell'avvocatura, giunge alla conclusione motivata quanto rassicurante che, pur se afflitta da una crisi interna di notevole entità, essa "non morirà". "Verrà salvata da quella élite di giovani che, nel solco della tradizione, si avviano a esercitare la professione", in chiave di modernità, al pari di una missione costituzionale, morale, politica e civile.

La presentazione, seguita con notevole interesse dal numeroso pubblico presente,   ha evidenziato la valenza dell'Elogio del praticante avvocato. 

All'indirizzo di saluto del presidente dell'Ordine degli avvocati Maurizio Bianco e all'introduzione del vice presidente Salvatore Impradice, sono seguiti i previsti interventi della penalista Dina Cavalli, consigliere dello stesso Ordine, e della civilista Patrizia Antonini.

 

L'autore in questa sua ridotta opera - poco più di un opuscolo ma di gran qualità ed estremamente curata nello stile e nei contenuti, come tutti gli scritti di Sergio - delinea il quadro sconsolante rappresentato dalle nuove leve forensi, nella quasi totalità inadeguate al compito e alla funzione, sia per la mediocre preparazione tecnica e sia per l'insufficiente bagaglio culturale. Di questa situazione, l'attento penalista individua le cause antiche e recenti: la Scuola, l'Università, la pratica forense, le modalità d'accesso all'Albo, che peraltro già erano state il bersaglio critico di Gaetano Salvemini, autore del celebre articolo "Cocò all'Università di Napoli o la scuola della malavita", risalente addirittura al 1909, di Enrico De Nicola in un intervento parlamentare dell'anno successivo, e di Pietro Calamandrei in "Troppi avvocati" del 1921.

Una particolare attenzione dedica all'impiego scempio del linguaggio, intriso di barbarismi, idiotismi, anacoluti, intercalari, inutili anglismi ecc., proprio delle nuove leve, con l'ironia che gli è congeniale e contraddistingue i suoi scritti, rendendo piacevole e coinvolgente la fruizione, tanto da assorbire del tutto l'attenzione del lettore che si ritrova immerso nella realtà dei fatti narrati.

È opportuno ricordare che, proprio la novella piaga del linguaggio, è stata oggetto di motivata preoccupazione da parte di seicento professori universitari: essi hanno infatti avuto modo di constatare che la maggior parte delle tesi di laurea è punteggiata da gravi errori di sintassi e da distorsioni morfologiche.

Dopo avere puntato il dito accusatore, non senza esaudienti supporti, Salvatore Maria Sergio volge il suo sguardo al destino dell'avvocatura. Invoca il pensiero d'illustri esponenti della cosiddetta vecchia guardia, ossia gli eredi della grande stagione del Foro, fra i quali Ettore Stravino, Claudio Botti, Vincenzo Siniscalchi, Luigi Cavalli, Nazzareno Di Mario, Vittorio Lemmo, Angelo Caporale.

Anche se con qualche riserva, tutti convengono nell'dea che l'avvocatura "non morirà": com'è sempre avvenuto nel corso del tempo, nel Seicento e nel Settecento, fino ai primi decenni del secolo scorso, quando Castel Capuano era ampiamente frequentato da "paglietti" e improvvisatori. A salvarla saranno quegli avvocati che hanno coscienza dell'importanza del ruolo civile e della funzione tecnica loro demandate. Nelle loro mani, il futuro della professione.

 

Avvocato di notorietà nazionale ed uomo talentuoso dalle poliedriche conoscenze, Salvatore Maria Sergio è stato co-fondatore e segretario generale dell’Unione delle Camere penali italiane. Medaglia d’oro al Merito forense. Giornalista, già consigliere di spicco, pluririconfermato, dell’Ordine nazionale. Elzevirista, critico letterario e inviato del quotidiano "Roma", il più antico del Mezzogiorno d'Italia.

 

Laureato alla Scuola superiore di Studi islamici dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, Sergio ha al suo attivo una vasta ed apprezzata produzione scientifica nel campo del Diritto musulmano e della Letteratura araba.

Relatore di spicco in congressi e convegni internazionali di Islamistica, nel 1989 ha ottenuto il prestigioso Prix Valadier, distinguendosi con alto merito in campo internazionale. 

Ha pubblicato per l’editore Colonnese: "Storia minima del nobilissimo giuoco degli scacchi" (1972) e "Viaggiatori, medici e letterati arabi a Napoli e nel Mezzogiorno" (1992).

È inoktte un sensibile è quotato pittore. Al suo attivo, numerose mostre di successo.

Rappresenta una delle migliori menti italiane, simbolo della più feconda Napoletanità dal punto di vista culturale ed artistico.

 

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