STEFANO MICELI: UN ITALIANO A NEW YORK

Il nuovo disco del pianista e direttore d’orchestra STEFANO Miceli è un tributo ai compositori italiani

 

Un omaggio dovuto, per Stefano Miceli, a due compositori italiani poco celebrati, protagonisti invece, in parallelo a due altri grandi Maestri indiscussi, del progretto che il musicista classico realizza nel suo ultimo CD “Hydin, Mozart, Cherubini, Cimarosa. Sonatas and Variations”. “Senza le sonate dei nostri esponenti italiani del Settecento, Beethoven non avrebbe potuto scrivere neanche una sonata o sinfonia di successo”. Miceli con questo nuovo progetto sugella il suo sentimento di ammirazione verso un’Italia che regala grandissime aspirazioni, ma spesso pochissime scelte. Esibitosi nei più grandi teatri e sale concerto del mondo, dalla Berliner Philharmonie a Berlino, alla Carnegie Hall di New York, al Sydney Opera House in Australia, al Teatro della Città Proibita di Pechino e poi in Venezuela, Thailandia, Vietnam e molti altri paesi anche poco noti alla musica occidentale, Stefano Miceli nasce a Brindisi, “una città senza conservatorio di musica - dice - che mi ha dato moltissimo emotivamente per affrontare la carriera”. Orgoglioso della sua formazione musicale, pianistica e direttoriale tutta italiana, Miceli ha scelto tuttavia New York come città di adozione, anche perché convinto sostenitore di una espressione artistica senza confini. E New York lo ha ripagato, conferendogli la “Abraham Lincoln Medal”. “Quando viaggio per concerti mi piace tornare negli stessi teatri - dice Miceli - anche per vedere quanto le città e l’attenzione alla musica cambiano; incredibile, tra l’altro, come i giovani siano sempre più naturalmente disposti all’ascolto e come la musica a teatro è nient’altro che effetto e non causa della predisposizione alla felicità di un pubblico. Credo che in Italia dovremmo sentirci meno critici come pubblico, magari più liberi di gioire della musica anziché giudicarla continuamente”. Miceli stesso ha molti allievi sparsi per il mondo, crede nel talento dei giovani e come può lo sostiene e nella loro capacità di vivere il palcoscenico come un’antologia inedita di emozioni in stile più che una prova. “Oggi in Italia ci si laurea in pianoforte - dice Miceli - ma nel frattempo non si ha il tempo di suonare il pianoforte; ci si specializza nei conservatori di musica in uno strumento fino a venticinque anni, ma intanto allievi da altri continenti imparano a suonare sui palcoscenici e cominciano la carriera a quindici anni. La formazione è una performance, non una dottrina”. Con il progetto del suo ultimo CD, Miceli dedica oggi la stessa attenzione che cercava da ragazzo ai compositori italiani meno citati sui cartelloni teatrali. 

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