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LA MORTE DI RIINA NON DIVENTI OCCASIONE PER SMANTELLARE IL 41 BIS

18/11/2017

 

 

Queste le parole di Aldo Di Giacomo, giunto al 26esimo giorno di sciopero della fame per protestare contro le “modifiche striscianti” dell’attuale sistema penitenziario e per garantire, fuori dal carcere, la sicurezza dei cittadini.

 

 

Di Giacomo, in suo comunicato, fa riferimento all’applicazione del cosiddetto “decalogo” voluto dal DAP per i detenuti sottoposti al 41 bis affermando che già in passato da più parti si era determinato un atteggiamento buonista nei confronti di Riina perché uscisse definitivamente di cella, un tentativo stoppato dalla forte reazione contraria dell’opinione pubblica e, diamo atto, della Commissione Antimafia.

 

Adesso che questo “ostacolo” , scrive Di Giacomo, non c’è più, a 25 anni dalla introduzione del regime carcerario duro per i boss il problema centrale non è certo quello di regolamentare e uniformare in tutti gli istituti penitenziari la reclusione dei 727 detenuti ad oggi sottoposti al 41 bis, quanto, piuttosto, almeno per noi, è garantire che il regime carcerario non diventi “più comodo” o, come è già accaduto, alcuni boss siano trasferiti più vicino a casa.

 

Per il segretario del SPP il clima di fine legislatura potrebbe favorire il disegno di ammorbidimento del 41 bis. Al contrario bisogna lasciare le cose come stanno e rinviare ogni provvedimento che riguarda il nostro sistema penitenziario e giudiziario al nuovo Parlamento.

 

Quanto al documento che detta disposizioni persino sull'arredamento delle celle e sul materiale fornito ai detenuti, francamente, continua Di Giacomo, ci interessa poco uniformare le dimensioni del pentolame, le «forbicine (con punte rotonde), i taglia unghie (senza limetta), le pinzette (in plastica), oppure limitare la visione dei programmi ai principali canali della rete nazionale. Come è noto nelle varie carceri in cui sono distribuiti, i criminali sono divisi in “gruppi di socialità” formati da quattro persone: di solito un boss dominante e i cosiddetti “amici di compagnia”, personaggi di spessore criminale più basso. Da aprile 2014 il boss che viene spostato da un istituto all’altro è seguito dalla sua corte. La formazione resta sempre la stessa. Negli ultimi tempi però, si sta diffondendo una nuova strategia fra i boss detenuti. È quella di stare da soli. Non vogliono compagnia. Questo atteggiamento lo stanno attuando già da tempo alcuni appartenenti ai gruppi

camorristici.

Bisogna evitare – continua Di Giacomo – che questo atteggiamento di isolamento protratto per qualche anno potrebbe poi indurre il detenuto a far ricorso al tribunale di Sorveglianza per non essere più sottoposto al 41bis.

Noi – conclude Di Giacomo – ci opporremo con ogni mezzo al disegno di chi pensa possibile abolire il carcere “duro” per redimere criminali incalliti e su questo siamo incoraggiati da migliaia di cittadini che sostengono la nostra iniziativa e che chiedono più sicurezza e legalità.

 

 

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