VALLELONGA: RICORDI D'AUTUNNO

PAROLE CHE AVREI DOVUTO SENTIRMI DIRE, IN CAMBIO DI SILENZI CHE NON AVREI DOVUTO AVERE 

 

L'inizio della stagione autunnale,astronomicamente ,nel nostro emisfero, coincide col ventitré di settembre,ma quell’anno non sono sembrati anticipi settembrini, a

causa del protrarsi delle giornate torride.

Dopo i primi temporali, il terreno, morbido di pioggia, era già pronto per essere arato e seminato, e gli ultimi fiori facevano capolino, tenuemente lambiti da tiepidi languidi, pallidi, opachi sprazzi di sole:si lasciavano cullare, sul terreno, da molteplici colpi di vento.

Mentre, l’anno precedente, un ottobre piovoso e freddo, introduceva una stagione che risentiva e languiva già di vecchiaia, per le valanghe di acqua e ondate di piena e di pioggia violenta che aveva flagellato il territorio, provocando criticità, per l'allerta meteo, che imperversava, creando un vero e proprio dissesto idrogeologico, con strade e alberi divelti e fiumi ingrossati, per l'indomabile forza della natura; e, mentre noi spettatori sembravamo osservare inermi, era già sereno, come se la natura stessa si fosse ribellata, ritingendo, come in ogni autunno, la volte celeste di un azzurro più carico, più intenso, tra nembi di nubi leggere e vicine che parevano quasi afferrarsi, ma quell’anno si era manifestata solo l'aria fresca.

Nelle mie escursioni in quegli anni, mi recavo spesso ai Faggi, al confine, con i territori di Torre Ruggero, dove scorre una fresca acqua sorgiva, A Lu Ceramidu, a Vallelonga in Calabria.

Lambivo, con la mente, i poggi solitari della collina, sulla strada di montagna, che mi conduceva a stretti sentieri che si inerpicano su irte e scoscese, dove la vista mi regalava scorci di paesaggio da cartolina, sprazzi di girandole di sole che avanzavano tra fronde, esaltavano le ombre, nel pulviscolo dorato, nel penetrante odor di funghi e resina.

Intanto un velato crepuscolo alle mie spalle, tingeva l'orizzonte di tinte multicolori.
Nella cornice di scorci incantati, in un'architettura di rami aggettati, col passo vacillante e lento, tra i colori avvolgenti del fogliame, verde, ruggine, marrone e verde, punteggiato da distese di tappeti di ciclamini, rapita, per lo stupore, che sembrava accompagnare e anticipare il torpore delle cose lente, con animo leggero e carico di una struggente malinconica, intensa, velata tristezza, presagio di una forte carica emotiva, esaltata dalla sublime espressine che l'autunno sa regalare, mi addentravo nel vasto spazio fogliare tra gli spettri vegetali che mi circondavano.

Pochi passi, in salita e, finalmente, potevo regalare ai miei passi un appoggio piano, regolare, lungo lo sterrato che si appitonava fino in cima.

Mia madre, al fianco dei miei passi stanchi e lenti, e verso l’orizzonte, lo sguardo, rapito ,coglieva gli ultimi raggi che scemavano su prospettive aeree multipiani, in uno scenario rosa antico e abbracciato da pennellate di tinte dipinte di blu oltre mare, che avvolgevano l’astro illanguidito, lasciando il perielio, e per un attimo sospeso prima della sera.

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